Il Suono senza suono

Joshu era un monaco alla continua ricerca dell’illuminazione. Aveva sentito parlare assai bene di un vecchio maestro Zen, Abate di un monastero sperduto tra le montagne e non avendo più null’altro da fare, decise di fargli visita. 

Giunto al tempio chiese di poter essere ricevuto dall’Abate. Ottenuto il permesso, entrò nella stanza, si inchinò e si sedette.

Il vecchio maestro lo osservò a lungo, poi domandò: “Perchè sei venuto fin quassù?” 

“Maestro, vorrei raggiungere l’illuminazione!” 

“Bene”  disse il maestro “Scopo assai nobile, ma sai dirmi cos’è questa?”  e indicò la campana tibetana che gli stava di fronte.

“Oh maestro, questa è una ciotola sonora, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inizialmente era un oggetto d’uso domestico, forse un contenitore per i cibi, poi si scoprì che se toccata emetteva un suono. Abili artigiani iniziarono così a forgiarle mescolando con perizia sette metalli in proporzioni tali da favorire l’ottenimento di armonici che…”

Il maestro lo interruppe: “Bene, bene, vedo che sai!  Ora, però, metti le mani dietro la schiena.”

Joshu, perplesso ma rispettoso, fece ciò che il maestro gli chiedeva.

“Adesso fai risuonare questa campana.”

Il povero monaco non sapeva che dire, ma soprattutto non sapeva che fare.

Visto l’imbarazzo dell’allievo, il maestro disse: “Va’ a lavorare nella cucina del monastero, lava il riso, taglia le verdure, prepara i pasti e occupati dell’orto. Poi, quando avrai risolto il koan, ritorna qui.”

Con la campana sempre in mente, Joshu iniziò il suo lavoro di aiuto-Tenzo (il Tenzo è il cuoco del monastero e viene subito dopo l’Abate, per importanza). Avendo lavorato in passato come aiuto-cuoco, si muoveva assai bene in cucina: era veloce, preciso, tagliava una carota a rondelle in un attimo, con colpi secchi e rapidi di coltello.  Il Tenzo lo guardava, in silenzio. 

Aveva anche fatto, in gioventù, il contadino e vedendo quell’orto così dimesso, si procurò concimi e fertilizzanti per renderlo più produttivo.  I monaci quando passavano, lo guardavano, in silenzio. 

Decise anche di spianare quel piccolo giardino di sassolini all’entrata del tempio, visto che con tutti quei solchi aveva un aspetto trascurato.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, in silenzio. 

Intanto pensava a come risolvere il koan: ci pensava in cucina, nell’orto, nel giardino e anche in Zazen (lo Zazen è la meditazione seduta), ma ogni soluzione che trovava, si dimostrava inadatta: quelle mani dietro la schiena facevano miseramente naufragare ogni tentativo.

I giorni passavano e si affievoliva sempre più la possibilità di risolvere con successo l’enigma. Nel frattempo i suoi movimenti erano divenuti più calmi, i suoi gesti più attenti, i suoi occhi più rispettosi e la ciotola non era più al centro dei suoi pensieri, ma si stava progressivamente spostando a lato, liberando lo spazio davanti ai suoi occhi.

In cucina ora usava un piccolo coltello e tagliava le carote e le altre verdure a cubettini, tutti uguali tra di loro e la guen mai (una minestra, cibo abituale nei monasteri) ne risultava squisita, poiché “… quando la guen mai è vera, tutte le cose sono vere, quando tutte le azioni della vita sono vere anche la guen mai diventa vera…” .  Il Tenzo lo guardava, sorridendo. 

Nell’orto aveva abbandonato i fertilizzanti e ora utilizzava una tecnica di coltivazione circolare, dove ciascun ortaggio cedeva al proprio vicino gli elementi nutritivi che aveva in abbondanza, ricevendone altri di cui era povero e tutti si proteggevano a vicenda da infestanti e parassiti.  I monaci quando passavano, lo guardavano, sorridendo. 

Si era anche costruito uno stano attrezzo a denti ricurvi per rastrellare il giardino di sassolini e tracciare piccoli solchi dalle geometrie armoniche intorno alle grosse pietre che aveva preso sulla montagna.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, sorridendo.

Ajoshu ormai non pensava più alla ciotola, alle mani dietro la schiena, alla tana della tigre (così viene chiamata la stanza del maestro quando la si varca con una possibile soluzione del koan assegnato), ma lavava il riso, tagliava le verdure, raccoglieva i frutti, rastrellava il giardino.

Una mattina, dopo lo Zazen, come tutti i giorni il maestro si apprestava a dare inizio alla recitazione dell’Hannya Singhyo, il Sutra del Cuore. Tre rintocchi di campana precedevano la cerimonia.

Al primo rintocco un brivido, una scossa, percorse dal basso verso l’alto il monaco seduto in meditazione.

Tutto scomparve e le montagne che circondavano il monastero non furono più montagne, il torrente di cui si udiva il suono non fu più torrente, i monaci seduti accanto a lui non furono più monaci.

Al secondo rintocco fu il Vuoto.

Al terzo rintocco le montagne tornarono ad essere montagne, il torrente tornò ad essere torrente, i monaci tornarono ad essere monaci e Joshu vide per la prima volta il maestro, vide per la prima volta la campana e vide per la prima volta… il batacchio!

Terminata la recitazione dell’Hannya Singhyo, il monaco uscì dal tempio, si diresse verso l’orto dove tagliò un pezzo del bambù che sosteneva una piantina di pomodori; poi andò nel giardino, prese una piccola pietra e la legò con uno spago alla cima del bambù.

Si avviò quindi verso la tana della tigre, entrò con le mani dietro la schiena e si sedette.

In silenzio portò le mani a congiungersi davanti al cuore, con l’umile batacchio racchiuso in esse, poi depose il Suono senza Suono accanto alla ciotola, si inchinò e sorridendo, uscì.

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Trovare un Diamante su una strada fangosa

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.

«Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».

«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».

Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?».

«Qualcosa ce l’ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po’ di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.

«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.

L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore.

Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».

«Come vuoi» acconsentì Gudo.

I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.

«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.

«Faccio ancora dieci miglia» rispose l’uomo.

«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.

«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l’uomo.

In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l’uomo che non tornò mai indietro.

Insegnamento: la luce della consapevolezza appare inizialmente fioca, ma per quanto piccola, nella sua splendida bellezza diventa qualcosa verso cui sarà impossibile distogliere lo sguardo.

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Il cinese felice

Chi percorra in America le varie Chinatowns, non mancherà di notare la statua di un uomo vigoroso che porta in spalla un sacco di tela. I mercanti cinesi lo chiamano il Cinese Felice o il Buddha che ride.

Questo Hotei visse al tempo della dinastia T’ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d’infanzia della strada.

Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo».

Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: «Qual è il significato dello Zen?». Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. «Allora,» domandò l’altro «qual è l’attuazione dello Zen?». Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.

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La strada fangosa

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.

Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.

«Vieni, ragazza,» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.

Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».

«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»

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Ah, sì?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.

Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.

La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.

Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.

Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.

La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.

Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».

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Il Vecchio ed il Pozzo

Un buon uomo, curioso come coloro che pur ignorando l’a,b,c della spiritualità si son già incamminati sulla via metafisica, visitò un vecchio monastero.

All’anziano monaco che l’accolse premurosamente confessò di sentirsi attanagliato dai dubbi, di essere alla ricerca d’un impulso esistenziale più profondo della semplice soddisfazione fisica.

Aveva la sensazione che gli sfuggisse qualcosa d’essenziale. Sennonché gli chiese: “Quali sono i benefici della tua austerità, della tua vita di silenzio, meditazione e preghiera?”.

Tra le mansioni quotidiane del monaco c’era quella di attingere acqua dal pozzo. Il paziente maestro, perché di un asceta si trattava, uno di quelli che non perdono il loro tempo a illustrare l’indecifrabile, ma mostrano con l’esempio il cammino da seguire, lo condusse nel chiostro al cui centro spiccava la balaustrata a riparo del fosso onde sgorgava la primitiva, benedetta fonte.

Il monaco attinse l’acqua. Quindi, rivolgendosi perentoriamente al suo cortese ospite l’apostrofò: “Guarda giù in fondo al pozzo! Che cosa vedi?”. Il buon uomo osservò attentamente. Scorgeva soltanto un intenso fluttuare ondivago. Come se il sogno della sua vita cominciasse appena appena a concretizzarsi, ma non ne intuisse ancora la praticità effettiva. Trascorse ancora qualche breve istante, quando il monaco l’incalzò di nuovo: ”Guarda ancora … Che cosa vedi nel pozzo?”. L’uomo s’inchinò osservando vieppiù attentamente finché non trasalì di stupore. In fondo al pozzo, riflesso in superficie, c’era proprio lui, che scrutava speranzoso alla ricerca dell’impossibile.

“Quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata”, commentò l’eremita. “Ma non appena si calma, ecco il frutto del silenzio, te stesso”.

Insegnamento: per quanto fondo e buio possa essere il pozzo del nostro essere, con la giusta tecnica possiamo quietare le acque che turbinano nei nostri pensieri e sentimenti, solo allora con giusta lucidità riusciremo a scorgere quella unica vera parte di noi che fino a quel momento era celata.

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