Campana Tibetana Vecchia, Antica o Contemporanea?

Le campane tibetane

Un’altro dialogo che molto spesso mi si pone è:

Cliente: “Vorrei avere una campana tibetana antica”

Io: “Perchè?”

Cliente (mediamente): “non lo so ma ho l’impressione che possa essere più vissuta (e quindi migliore, tra le righe)”

Bene…

Iniziamo a fare un po’ di chiarezza poichè molto spesso intorno alle campane tibetane sembra volutamente crearsi un alone di mistero che confonde, invece noi chiarifichiamo…

Oggigiorno sono ancora ampiamente disponibili in numero molto elevato campane tibetane anche vecchie e antiche, ciò è dovuto al fatto che ogni monastero, soprattutto prima dell’invasione da parte della Cina, possedeva e custodiva al proprio interno migliaia di campane. Buona parte (c’è chi sostiene anche più della metà), sono state fuse per ricavarne metallo, mentre le altre sono riuscite a “sfuggire” alla triste sorte e sono “emigrate” soprattutto nei paesi confinanti, diventati poi anche i produttori maggiori delle campane contemporaneee di varia fattura, qualità e foggia.

Proprio per questa grande disponibilità le campane, anche vecchie e antiche sono oggi vendute ad un prezzo che non è esageratamente superiore a quello delle cugine contemporanee, per questo un prezzo esorbitante per una campana tibetana non è “quasi” mai giustificato (a meno che non si tratti di qualche oggetto trafugato da qualche tempio e che ha avuto una storia particolarmente fitta dal punto di vista anche energetico).

Sarà forse per questo motivo che molti le richiedono, come se lo status di anzianità conferisse automaticamente anche la qualità… non è così…

Fermo restando l’assoluta bellezza (intrinseca) di alcune campane che ho avuto l’onore di ospitare nel mio negozio, vi sono altrettante campane contemporanee che ricordo sono comunque prodotte partendo da quel che resta delle informazioni sulla lavorazione e creazione tramandata, e i risultati sono a volte davvero strabilianti…

Il ricercare “solo” una campana di un certo tipo, soprattutto se è la prima limita moltissimo la mia scelta, oltra ad autolimitarmi nella sperimentazione di altre tipologie di campane che magari possono essere quelle di cui più necessito in quel momento.

Per concludere mi riporto alla storia della campana. Indubbiamente una campana vecchia o antica avrà una storia e sarà stata già più o meno utilizzata, ma non ne sappiamo nulla e quindi chi ha spinto ad utilizzare la campana e cosa soprattutto ha motivato l’utilizzo resta a noi ignoto, e, non è necessariamente detto che sia appartenuta a qualche monaco sulla via della santità…

Fate si che la storia della vostra campana cominci nel momento in cui l’accogliete, e da lì cominciate a nutrirla con il vostro essere, trasmettendogli le vostre qualità, compatibilmente, sempre, con il vostro karma, avrete ciò che vi spetta.

Buona vita!

Una Campana Tibetana è per sempre?

 

Forse….

Mi spiego meglio: partendo dal presupposto che all’atto della reciproca scelta (tra noi e la Campana Tibetana), ci troviamo in una condizione di unicità rispetto allo spazio ed al tempo; quello che in quell’attimo fa sì che la scelta si attui è la somma di tutte le componenti fisiche, emotive e mentali che ci contraddistinguono lì, in quel momento.

Siamo ovviamente soggetti continuamente a mutazioni su più piani, per cui possiamo dire che di momento in momento il nostro essere cambia e di conseguenza cambia anche la nostra responsività a determinati stimoli…

Campane Tibetane 019Può capitare quindi, che una Campana Tibetana scelta in un particolare momento della mia vita, in cui magari sto attraversando dei conflitti relativi alla carenza di affettività, una Campana che risuona dolcemente sul mio quarto chakra ad esempio, possa alleviare quelle che sono le difficoltà del momento, una volta risolto il conflitto (perchè sì, dobbiamo comunque lavorare noi per noi) la stessa Campana potrà trovare ancora posto nel mio archivio emozionale, come frequenza gradita, come ricordo o come stabilizzatore.

Così come anche potrebbe essere che una volta passato il momento del bisogno (perchè sempre di questo alla fine si parla, e cioè della necessità di trovare un adeguato strumento atto a sostenermi in un momento, più o meno lungo, di passaggio) la Campana non desti più la nostra attenzione, o addirittura inizi a diventare “sgradevole” (soggettivamente parlando), per le stesse motivazioni, tra l’altro, che spingono invece ad una sorta di custodia affettiva/emotiva/scaramantica.

Sarà allora e comunque bello poter ritrovare una vibrazione nuova che ci accompagni, qualora ne avverta la necessità, in un nuovo pezzo di cammino, facendo circolare verso chi in quel momento può sentirne l’attrazione, la nostra amica, anche come regalo, perchè no!

Pensate se quando, nel momento in cui eravate alla ricerca, senza sapere neppure di cosa, qualcuno vi avesse regalato una Campana Tibetana dicendovi : “Tieni, è tua, a me è stata di aiuto, spero altrettanto possa essere per te”! Che bellezza….

Articolo di: Umberto Genova

Come scelgo la mia prima campana tibetana? Istruzioni per l’uso

Molto spesso, sia in negozio che durante gli eventi in giro per l’Italia, mi imbatto nellamaxresdefault difficoltà di persone che per la prima volta si approcciano all’acquisto di una campana tibetana.

Vi è un interesse che spesso travalica la mente razionale e una spinta attrattiva verso questi oggetti, ma allo stesso tempo un “timore reverenziale” e la paura di “sbagliare acquisto”…

Quello che mi trovo spesso a consigliare con parole che variano di poco è :ascolta con il cuore“, che nulla ha a che fare con il “va dove ti porta il cuore” (o come alcuni lo reinterpretano “va dove ti tira il culo….” ma questa è un’altra storia….).

Mi spiego meglio:

di fronte alla scelta che si pone davanti al “bencapitato“, normale sorgano dubbi tra grandezza, peso, maneggevolezza, anzianità e quant’altro… si fa fatica a volte a venirne a capo.

Se la persona è presente fisicamente davanti alle campane il consiglio è:

1- fare un giro cercando di sgomberare la mente

2- mettere da parte le campane che “per non so quale motivo” mi attragono (senza suonarle)

3- da questa prima cernita di 6/7 campane al massimo parto alla ricerca della “mia” campana

Ho notato infatti che 8 volte su 10 la prima campana che una persona prende in mano e prova, è quella che rimarrà poi anche dopo magari decine di altre “suonate”, questo per dire che è bene tenere sempre in considerazione che vi è una parte di noi, più intuitiva ma ancora non così funzionalmente legata al nostro vivere quotidiano, che sa di cosa necessitiamo prima che la nostra mente razionale arrivi alla medesima conclusione.

Ricordate poi che non necessariamente una “campana è per sempre”, infatti la vibrazione che da essa sprigiona è affine in questo momento a quello che noi siamo, e siamo unici ora, nello spazio e nel tempo. Tra un giorno, una settimana, un mese saremo diversi e quindi è possibile anche la campana risuoni in modo diverso.

Se invece la persona per contingenze relative a distanza od impossibilità è “costretta” alla scelta online diventa un po’ più complesso. Infatti pur avendo sul portale tracieloeterra.biz sia foto che video con audio di ogni campana tibetana, la prima cernita “visiva” è più complicata rispetto alla scelta “dal vivo”, dopodichè si può procedere allo stesso modo.

Ricordate, affidatevi al vostro intuito e meravigliatevi….

 

La bambola di sale

La bambola di sale

di Gianpietro Sono Fazion

Su una remota montagna abitava una bambola di sale.
Trascorreva la sua vita tra boschi di pini e di abeti che
si alternavano a distese d’erbe e di fiori.

Da un vecchio che percorreva gli
antichi sentieri sentì parlare del mare.

Non sapeva che cosa fosse, e pensò di andarlo a cercare.
Si mise in viaggio: dopo alcune settimane la ricca vegetazione
boschiva lasciò il posto a luoghi più aridi, fino ad un ampio deserto,
che la bambola dovette attraversare.

Quando giunse di fronte al mare, rimase a lungo muta.
Non riusciva a capire.

Allora chiese al mare: “Chi sei?”.

“Sono io”, rispose il mare.

“Non capisco”, disse la bambola di sale, “come posso conoscerti?”.

“E’ semplice”, disse il mare, “toccami”.

La bambola si avvicinò e mise lentamente un piede nell’acqua:
avvertì una strana sensazione, ma non era dolorosa,
come un inizio di comprensione.

Quando ritirò il piede, vide che le sue dita non c’erano più.

Se ne lamentò con il mare, che disse: “Non essere triste.
Hai offerto qualcosa di te per capire”.

La bambola contemplò ancora quella grande distesa mobile,
quindi si immerse nell’acqua, sciogliendosi lentamente.
Perdendo se stessa, sentiva che la sua comprensione aumentava.
Chiese un’ultima volta al mare:

“Chi sei?”.

Parlò il mare con la voce della bambola
o la bambola con la voce del mare?

Scomparendo dentro un’ultima onda, un’unica voce disse:

” Io sono ”

La Campana Tibetana e l’ OM

Mi capita di tanto in tanto, che qualcuno, consigliato sicuramente da chi ne sa molto di più, in negozio o durante qualche fiera si avvicini, e con un aproccio del tipo “scusa hai mica roba buona”, mi chiedono: “quale campana di queste riproduce il suono dell’OM”?

Lo confesso, le prime volte rimanevo per lo più perplesso/basito, in seguito divertito. La domanda non aveva malizia, ma l’ingenuità di un bambino che la vigilia di Natale vorrebbe rimanere sveglio per osservare Babbo Natale al lavoro….

Volevo quindi spendere due parole su tale argomento, affinchè chi ancora avesse dei dubbi li fugasse e fosse così più “leggero” nella scelta della propria campana, anche in assenza di caratteristiche che difficilmente potrebbero essere trovate in questo regno di natura.

L’OM  in varie tradizioni è il mantra per eccellenza, la sillaba sacra sanscrita che rappresenta il Tutto. Il Tutto per l’appunto, l’OM è il respiro divino, che con l’espirazione ha portato in manifestazione tutto ciò che esiste, dal granello di sabbia, alle galassie , durante l’espirazione l’atto creativo è in espanzione, l’universo tenderà ad ampliarsi. A questo seguirà la conservazione, in cui ogni cosa troverà il suo compimento: è il mantenimento, quindi l’inspirazione che riporterà ogni cosa in seno al Padre, per avere un un Big Crunch (opposto del Big Bang).

Tra Cielo e Terra

Tra Cielo e Terra

Fatta questa piccola disserzione che non vuole in alcun modo sollevare dibattiti di tipo religioso/scientifico (riporto semplicemente, in modo molto superficiale, quella che nelle varie tradizioni orientali è il significato di questa sacra sillaba), e tornando alla domanda dell’avventore del negozio/fiera, mi sento di rispondere “mi spiace, ma non abbiamo campane così buone, dovremmo risalire la filiera di produzione, non di poco, e crediamo di non essere in grado di poter nemmeno immaginare come ciò possa avvenire…

Per concludere, non fatevi attrarre da ciò che il vostro conoscente, amico di fiducia che sa, vi consiglia, ascoltate la campana, ascoltate ciò che percepite suonandola, questa è l’unica cosa che veramente in questo momento, la maggior parte di noi può fare.

Trovare un diamante su una strada fangosa -101 storie Zen-

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.

«Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».

«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».

Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?».

«Qualcosa ce l’ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po’ di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.

«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.

L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore.

Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».

«Come vuoi» acconsentì Gudo.

I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.

«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.

«Faccio ancora dieci miglia» rispose l’uomo.

«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.

«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l’uomo.

In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l’uomo che non tornò mai indietro.

Insegnamento: la luce della consapevolezza appare inizialmente fioca, ma per quanto piccola, nella sua splendida bellezza diventa qualcosa verso cui sarà impossibile distogliere lo sguardo.

Controindicazioni all’utilizzo delle Campane Tibetane

L’utilizzo delle Campane Tibetane è di per sè una pratica che ci riporta a meditazioni rilassanti, a suoni celestiali con i quali cullarci magari durante una meditazione, un bagno caldo o una semplice serata in compagnia di amici con cui condividere questi piccoli doni.

La facoltà di creare disturbi, come spesso avviene con qualsiasi mezzo si utilizzi, non  è tanto dovuto al mezzo in sè, quanto all’utilizzo improprio da parte di chi ne fruisce.

Cerco di spiegarmi meglio: possiamo ad esempio utilizzare la campana tibetana per indurre uno stato di rilassamento e quindi di meditazione, le vibrazioni (se la campana è stata scelta con accortezza all’atto dell’acquisto) favoriranno questo processo e ci caleranno più rapidamente nello stato desiderato. Un utilizzo prolungato (questo tempo è ovviamente soggettivo, ma per iniziare si sconsiglia di andare oltre i 10/20 minuti) però potrebbe sortire effetti indesiderati quali: fastidi fisici ( soprattutto ove la vibrazione è avvertita più chiaramente) come mal di testa, nausea, vertigini, disorientamento e perdita di centratura.

Queste piccole indicazioni non sono atte a voler “spaventare” o intimorire chi cerca un approccio con questi bellissimi strumenti, ma solo dei consigli per far si che questa esperienza sia e rimanga piacevole. Come per tutte le cose la discriminante la diamo noi, siamo noi i migliori “medici” di noi stessi, quindi all’avviso di un primo iniziale stato di tensione abbandonate l’utilizzo delle campane, lasciate decantare e assestare il lavoro fatto fino a quel momento e riprendete con calma in un’altra sessione o momento.

equilibrio campane tibetane

equilibrio con le campane tibetane

Nessuna pietà -101 storie Zen-

In Cina c’era una vecchia che da oltre venti anni manteneva un monaco. Gli aveva costruito una piccola capanna e gli dava da mangiare mentre lui meditava. Un bel giorno si domandò quali progressi egli avesse fatti in tutto quel tempo.

Per scoprirlo, si fece aiutare da una ragazza piena di desiderio. «Va’ da lui e abbraccialo,» le disse «e poi domandagli di punto in bianco: “E adesso?”».

La ragazza andò dal monaco e senza tante storie cominciò ad accarezzarlo, domandandogli che cosa si proponesse di fare con lei.

«Un vecchio albero cresce su una roccia fredda nel cuore dell’inverno» rispose il monaco non senza un certo lirismo. «Non c’è più calore in nessun luogo».

La ragazza andò a riferire alla vecchia quel che lui le aveva detto.

«E pensare che ho mantenuto quell’individuo per vent’anni» proruppe la vecchia indignata. «Non ha dimostrato la minima considerazione per i tuoi bisogni, non si è nemmeno provato a capire la tua situazione. Non era necessario che rispondesse alla passione, ma avrebbe dovuto almeno dimostrare una certa pietà».

Andò senza indugio alla capanna del monaco vi appiccò il fuoco e la distrusse.

Insegnamento: quale è la linea sottile che divide il puro fervore spirituale dall’appagamento della nostra personalità/ego? a volte molto sottile; senza discriminazione ed analisi del sè inferiore difficilmente approderemo al nostro vero Essere con la sola conoscenza teorica.

Il cinese felice -101 storie Zen-

Chi percorra in America le varie Chinatowns, non mancherà di notare la statua di un uomo vigoroso che porta in spalla un sacco di tela. I mercanti cinesi lo chiamano il Cinese Felice o il Buddha che ride.

Questo Hotei visse al tempo della dinastia T’ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d’infanzia della strada.

Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo».

Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: «Qual è il significato dello Zen?». Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. «Allora,» domandò l’altro «qual è l’attuazione dello Zen?». Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.

 

Insegnamento: quante volte riusciamo ad essere aderenti a ciò che realmente vogliamo esprimere, in modo tale che vi sia coerenza tra ciò che pensiamo, ciò che diciamo e ciò che facciamo?

Il vecchio ed il pozzo – racconto Zen

Un buon uomo, curioso come coloro che pur ignorando l’a,b,c della spiritualità si son già incamminati sulla via metafisica, visitò un vecchio monastero. All’anziano monaco che l’accolse premurosamente confessò di sentirsi attanagliato dai dubbi, di essere alla ricerca d’un impulso esistenziale più profondo della semplice soddisfazione fisica. Aveva la sensazione che gli sfuggisse qualcosa d’essenziale. Sennonché gli chiese: “Quali sono i benefici della tua austerità, della tua vita di silenzio, meditazione e preghiera?”.

Tra le mansioni quotidiane del monaco c’era quella di attingere acqua dal pozzo. Il paziente maestro, perché di un asceta si trattava, uno di quelli che non perdono il loro tempo a illustrare l’indecifrabile, ma mostrano con l’esempio il cammino da seguire, lo condusse nel chiostro al cui centro spiccava la balaustrata a riparo del fosso onde sgorgava la primitiva, benedetta fonte.

Il monaco attinse l’acqua. Quindi, rivolgendosi perentoriamente al suo cortese ospite l’apostrofò: “Guarda giù in fondo al pozzo! Che cosa vedi?”.

Il buon uomo osservò attentamente. Scorgeva soltanto un intenso fluttuare ondivago. Come se il sogno della sua vita cominciasse appena appena a concretizzarsi, ma non ne intuisse ancora la praticità effettiva.

Trascorse ancora qualche breve istante, quando il monaco l’incalzò di nuovo: ”Guarda ancora …Che cosa vedi nel pozzo?”.

L’uomo s’inchinò osservando vieppiù attentamente finché non trasalì di stupore. In fondo al pozzo, riflesso in superficie, c’era proprio lui, che scrutava speranzoso alla ricerca dell’impossibile.

“Quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata”, commentò l’eremita. “Ma non appena si calma, ecco il frutto del silenzio, te stesso”.

 

Insegnamento: per quanto fondo e buio possa essere il pozzo del nostro essere, con la giusta tecnica ( leggi meditazione) possiamo quietare le acque che turbinano nei nostri pensieri e sentimenti, solo allora con giusta lucidità riusciremo a scorgere quella unica vera parte di noi che fino a quel momento era celata.